Lettera ad un Aquilano

Posted on giugno 28, 2010. Filed under: Della Materia dei Blog | Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , |

Questo post è una piccola “restituzione” dedicata a L’Aquila. Se mi mancano il potere e la posizione professionale per indagare su quanto sta accadendo nello scenario post terremoto, ho almeno l’ambizione di mettere le mie capacità di osservatrice e testimone a disposizione di quello che stanno vivendo.

Sarà poca cosa. Ma con queste righe vorrei ridare un po’ di giustizia a tante persone, a cui noi giornalisti per mesi abbiamo frugato in casa, tra le macerie della loro vita distrutta, senza preoccuparsi di ridare nulla in cambio. Neanche una testimonianza costante e veritiera.

Sono stata a L’Aquila, la settimana scorsa e ho visto un uomo che toccava gli angoli dei palazzi rimasti in piedi nel Corso Largo.
Un gesto tenero, silenzioso eppure così inconsueto se dedicato ad un pilastro di marmo.
E allora ho cominciato a pensare.
A pensare a chi non c’è più. Ma la morte di centinaia di persone dovrebbe a mio parere generare – in chi fa il mio mestiere – o un rispettoso silenzio, poiché insondabile nella sua enorme gravità, oppure far nascere domande a cui è doveroso che venga garantita una risposta in tempi accettabili.
A pensare a tutti quegli aquilani che in una manciata di secondi hanno perso la loro città, i loro luoghi e quindi tutti i ricordi attaccati a quelle pietre, a quegli angoli, a quei profumi e a quei colori che prima erano L’Aquila.
Tutte queste persone che, come noi di qualsiasi altra città italiana, si sentivano vivi e pensanti perché sapevano di essere dentro ad un flusso di identità fatto di cose, case e volti, che costituivano la loro città. Vicoli, edifici, corsi, strade, scorci che esistevano da secoli prima di loro, che erano una certezza, un passato ma soprattutto un presente su cui magari, con la superficialità tipica e laboriosa della routine, non si erano mai interrogati troppo.

L’hanno dovuto fare nel giro di una notte.
Una notte che ha polverizzato tutto ciò che di concreto, fisico, toccabile, ascoltabile c’era nelle loro esistenze di aquilani.
Tranne il cielo è crollato tutto. In tutte le direzioni. E nell’istante in cui sono crollate le “cose”, ovvero la materialità di cui era fatta la loro vita quotidiana, anche l’anima ha vacillato.
E allora lì è stato chiaro come il sole cosa significa perdere la propria città.
Significa perdere se stessi.
Perché siamo spirito ma anche carne e la vita passa anche attraverso le cose, che siano tue, che siano degli altri, che siano sempre state lì, proprio come una pietra. Toccare la porta di casa tua quando ci entri, abbracciare il tuo cuscino quando sei stanco, aprire gli scaffali della cucina quando hai fame o rovesciare gli armadi quando cerchi qualcosa. Fa parte di noi e delle nostre sicurezze girare l’angolo della via e ritrovarti nella solita strada, con quelle insegne che conosci a memoria e ti riempiono gli occhi sempre allo stesso modo, con le piccole imperfezioni del lastricato che si fanno sentire sotto la suola delle scarpe, con quelle distanze su cui hai imparato a scandire il tempo. Per non parlare del caffè preso sempre allo stesso posto, o della pizza mangiata sempre in quel ristorante, o la panchina su cui hai baciato quel ragazzo, la finestra di quell’appartamento in cui anni fa eri andato ad una festa, il cespuglio preferito del tuo cane, la tua palestra, il posticino dove trovavi sempre parcheggio, quell’incrocio malefico, il negozio sempre aperto alla fine della via, la sartoria, l’outlet con quei vestiti da urlo, i gioielli troppo belli di quella vetrina, la tua scuola elementare, l’asilo dei figli, la vecchia casa dell’amico di un amico… sensazioni, piccole certezze, a volte fastidi, che compongono le giornate cittadine di ognuno di noi e che prima del 6 aprile 2009 erano un’ovvietà anche per loro.

In una sola notte si sono trovati a perdere tutto ciò. Casa e città.
Una disgrazia gliele ha uccise nel giro di 30 secondi.
Sono diventati tutti orfani nello stesso momento, delle stesse cose. Ed è stato solo dolore. Quel dolore sordo, sottile e che non t’abbandona mai, tipico dei lutti. In cui puoi pure continuare a vivere, mangiare, anche ridere ma sai che qualcosa mancherà per sempre.

Questo era quello che intuivo di loro fino all’altro giorno. La passeggiata con Fabrizio, un aquilano gentile e appassionato della sua città, mi ha permesso di  progredire nella riflessione.
E allora ho pensato “oltre”, ho pensato che in quella stessa notte gli aquilani si sono trovati ad ereditare in un sol colpo la loro città senza essere avvisati.
Ce ne stiamo accorgendo.
Magari solo ora. Magari solo alcuni di noi ma ci stiamo accorgendo che sono diventati, loro malgrado, dal professionista al panettiere, dall’ultimo studente fuori corso alle “famiglie bene”, dall’immigrato disgraziato all’imprenditore annoiato, dagli adolescenti felici alle vecchiette ciarliere, gli unici depositari per il presente e per il futuro di quello che è stata L’Aquila.
Proprio come quando muoiono le persone (qualcuno diceva “non si sa dove vanno, ma si sa dove restano”), credo succeda così anche per le città.
L’Aquila è morta quella notte. Gli aquilano lo sanno. Non sono scemi, sanno che la loro città se n’è andata e non tornerà più come prima.

Però parlando con loro, che volentieri offrono il loro punto di vista (a chi ha davvero la bontà di saper ascoltare) ho scoperto che da qualche parte è rimasta.
Non è più nella solida certezza delle pietre che a 15 mesi di distanza giacciono ancora abbandonate, nude e senza un nome come piccoli cadaveri inanimati nelle vie così care ad ognuno di loro.
Non è più negli edifici puntellati fino all’inverosimile.
Non è più nelle loro case.
In poche parole non è più attorno a loro.
Se L’Aquila non è più “fuori” dai suoi abitanti continua però ad esistere “dentro”.
Come se morendo si fosse divisa in 70.000 pezzi e avesse scelto di affidare una piccola parte di se stessa ad ognuno dei propri abitanti. E ora ciascuno degli aquilani ne detiene un pezzo, singolarmente superfluo, ma fondamentale nell’insieme.
E da lì verosimilmente ripartirà, purchè a tutti loro, a tutti questi 70.000 pezzi dispersi venga data una possibilità di costruire, perché solo loroi posseggono l’idea della loro città.
Nessuno mette in discussione che la rinascita avverrà con le gru, con i soldi, con un’amministrazione onesta degli stessi ma L’Aquila del futuro non esisterà senza gli aquilani.
Ora comprendo pienamente rabbia e dissenso. In realtà erano già ovvi a livello razionale, mi mancava di toccarli con altri sensi e di possedere assieme a loro, per qualche momento, il senso e la portata di quello che  manca.

Trattati da vittime quando non lo sono. Trattati da poveracci a cui la città bisogna andargliela a ricostruire in casa con i loro bravi, infallibili, perfetti piani ingegneristici calati dall’alto di una teoria in cui i cittadini sono pedine di carne che riempiono posti letto e non persone con esigenze aggregative.
Stufi marci di essere nomadi per forza da 15 mesi, di non avere risposte, ma ancora più di non sapere a chi fare le domande, di essere prigionieri di burocrazie incomprensibili, di essere vittime di una produzione sistematica di incertezze che vi fa vivere con l’ansia, precari nell’animo, nella casa, nel lavoro, stufi di essere considerati vittime decerebrate di una tragedia, che non sanno come ricominciare una vita, incazzati di essere cancellati dai notiziari perché il loro disagio non fa più notizia, incazzati perché tutti, dai giornalisti alle istituzioni, si sono dimenticati che a loro, oltre al resto (che non c’è, altro che ricostruzione…), manca soprattutto una città.

Grazie infine agli aquilani che un sabato mattina qualsiasi, invece di stare con le loro famiglie, hanno scelto di parlare con una giornalista più straniera di altre,  per aver perso un paio d’ore del loro tempo a mostrarmi con orgoglio e passione la loro città che non c’è più. Grazie per avermi spiegato cos’era. Non è stato tempo perso. Non avete seminato al vento.
Forse pensavate di mostrarmi “la morte” di qualcosa.
Ma io, che prima del 19 giugno 2010 mai avevo visto L’Aquila, ho visto qualcosa di vivo. E mi sono portata a casa questa sensazione. Una vita che non era negli scheletri di pietra e acciaio attorno a noi, nei palazzi imbavagliati, in una città ingabbiata dalle transenne e vigilata dall’esercito, ma nelle loro parole, nei loro occhi.
L’Aquila ormai sono loro, gli aquilani.  A dispetto delle cazzuole e delle betoniere, solo loro potranno ricostruirla davvero.  Loro lo sanno da sempre. Adesso lo sappiamo anche noi.

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