Quel Barbaro Romano di Pinault

Posted on marzo 22, 2008. Filed under: Mostre | Tag:, , , , , , , |

Le Mostre di Palazzo Grassi stanno agli eventi culturali del Nordest come la serata degli Oscar sta al mondo del cinema. Anche l’attesa – spasmodica, almeno da parte di noi manovali dell’etere – nei confronti di tutto quello che si genera da e per Palazzo Grassi è paragonabile ad un evento glamour.

Purtroppo però, questa volta, l’attesa mi ha un deluso. Non per la ricchezza e l’importanza della mostra, no, per carità, anzi… mostra a dir poco lussoriosa. Però io ero abituata alle stanze dai pannelli giganteschi e colorati, alle installazioni, alla creatività, alla fantasia, all’arte del “mostrare”, insomma, allo show della gestione FIAT. Pinault invece ha scelto di inscatolare i suoi preziosissimi reperti in teche di vetro e metterli tutti in fila come in un qualsiasi altro museo: addossati alle pareti della stanza, moduli grigi e asettici, qualche spiegazione, ma breve e scritta in piccolo. A me è sembrato che tutto questo sacrificasse un po’ non solo lo spirito delle grandiose mostre passate, ma anche gli stessi oggetti.

 DIETRO LE QUINTE DI UNA VERNICE

L’invito non arriva. Non arriva quasi mai. Per cui se sai di una verince importante, meglio chiamare l’organizzazione. Da quando c’è Pinault l’ufficio stampa di Palazzo Grassi non è più “locale”, non è più veneziano, è materia “milanese”. Milano: dove stanno i grandi uffici stampa. Milano: dove i grandi uffici stampa si ricordano solo delle grandi testate. Per la vernice di “Roma e i Barbari” mi è toccato quindi fare un po’ di casino.

Il giorno della vernice c’era la fila dei giornalisti al banchetto degli accrediti. Ma, gli uffici stampa, come dividono i giornalisti? Io li dividerei dapprima, tra radio, tv, stampa e web, e poi in ordine alfabetico di testata. No!! Troppo semplice. Molto più divertente fare in modo che si crei la fila agli accrediti… così sembra che gli intervenuti siano molti di più… Quindi, in questo caso, per trovare il mio accredito, non mi avevano messo nè sotto la categoria “televisione”, nè sotto la categoria “telechiara”, ma sotto la categoria “indirizzo e-mail”… Per non parlare del collega operatore. Lui, inesistente.

Terza tappa: ci hanno dato un adesivo. Anzi, un bollino adesivo. “Attaccatevelo da qualche parte sui vestiti: in una parte visibile”. Peccato che gli adesivi non amino particolarmente i vestiti. Peccato che dopo un quarto d’ora comincino a penzolarti giù, tipo brandelli di lebbra… Vabbè.

Si può iniziare a vedere la mostra? No. Guardaroba. E prima del guardaroba, consegna del cataologo di 800 (verificabile!)pagine al giornalista (e solo a lui perchè si sa, gli operatori non amano leggere e vivono nelle caverne). Logico, no? Per fortuna mi consegnano anche la cartella stampa, con dentro – suggongo – i comunicati stampa che servono ad orientarsi nella mostra.

Ovviamente, la mostra devo girarmela da sola. Nessuna guida, mi dicono. All’avventura quindi, con in mano l’elenco delle opere e dall’altro la lente per vedere se il numerino attaccato fuori dalla bacheca è lo stesso del foglio. Peccato che, trattandosi di vernice, gli allestiori non abbiano ancora finito di attaccare i numerini. E allora? Vado a caso? Non solo: appena salgo le scale scatta il giramento di zebedei ulteriore. Ci sono talmente tanti giornalisti che le opere sono completamente coperte dalla marea vagante di colleghi. Complicato fare delle riprese. Tanto valeva venire in una giornata qualsiasi. E nessuno parla italiano. Tutti francesi! E tutti convinti di avere la precedenza assoluta, in quanto civiltà superiore, alla vista delle opere.

Sorpresa! Metà delle opere (ma il 100% di quelle più famose) non si possono, nè riprendere, nè fotografare. Ma allora perchè mi avete fatto entrare?! Bah… Poi mi accorgo che attraverso le sale sta passando il curatore (francese) della mostra assieme a dei giornalisti (francesi) per una visita guidata personalizzata (in lingua francese). Ma allora lo fate apposta?!

Sperando di aver ripreso le opere giuste (ed averle associate alla descrizione giusta) in un qualche modo finisco di girare la mostra. Al piano terra comincia la conferenza stampa. In francese. Però l’ufficio stampa (introvabile fino ad ora) ti dà la macchinetta con la traduzione istantanea… Ah! Niente buffet. E’ poco fine. Per i francesi.

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